6.15.
Salgo i gradini della metro con l’odore dei cornetti dei bar che giustamente stanno aprendo. Vado verso casa.
Dovrei avere sonno, si ho un po’ di sonno penso, ma sono sicura che nel letto non riuscirò ad addormentarmi subito. Ma cosa ho vissuto? Ok che sono le 6.15, ma il mio cervello ha davvero difficoltà a processare. Passo in rassegna delle cose che voglio ricordare. Il senso della luce e il disegnare con essa, il delirio di grandezza, la luce rossa mentre ballo, la gentilezza, il dark side, l’arte del vetro, la bicicletta, le stelle, l’universo, la linguistica, il perdono, l’amore, libri, Walt Whitman, i segni zodiacali, il peso delle parole, la matematica, la fotografia, le malattie, il tempo, dei sensi.
A quale rinunciare?
Una delle notti più assurde della mia vita.
Il prossimo che mi dice che non crede ai segni dell universo lo picchio. Lo picchio, lo metto su una sedia e gli dico “ ascolta la mia vita e dimmi te se è solo un caso”
Sto tornando a casa, e sono felice di essere una persona gentile e coraggiosa. Per un momento, per un istante penso addirittura che bello sia essere me. Poi torno in me eh, però.
Che liberazione avere qualche secondo di questo.
Ho l’estremità dei pantaloni bagnati di pipì, ma questa è un’altra storia. Eppure non riesco a non continuare a ringraziare l’universo dell’amore che mi arriva in modi puri, in modi non convenzionali, in modi diversi, attraverso gli occhi degli altri, attraverso le vite degli altri, da sconosciuti, da anime fraterne.
E arrivo a letto, mi preparo, mi butto sotto le coperte e sorrido alle 6.15 e dico prima di mettermi la mascherina:
“ cazzo, sto bene”.
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