“Abbastanza”.
Penso. Mi fermo. Guardo gli alberi. Ricomincio.
“Abbastanza”.
È una parola così triste abbastanza. Mortificante.
Ma quand’ è che ha fine l’abbastanza? Quando è abbastanza il dolore, abbastanza la felicità, abbastanza l’amore? C’è quella linea? O non esiste e non ce l’hanno mai detto? “ Abbastanza bene grazie”. “ abbastanza per me”. “Ho fatto abbastanza”, “ ho studiato abbastanza”, “ho amato abbastanza”. “ ho sopportato abbastanza”. “ ho mangiato abbastanza”, “ sono abbastanza stanco”, “ abbastanza distanti”, “ mi sono abbastanza rotto” Abbastanza abbastanza abbastanza. Lo ripeto così tante volte che perde il senso.
C’è una fine a quell’abbastanza? O è una condizione umana vivere in questo fango dell’abbastanza? Siamo dei mercenari alla cerca dell’abbastanza? Del risparmio energetico? Siamo tutti delle puttane che vendono parti di se stessi? Per essere e sentirsi abbastanza? Ma abbastanza per cosa? Per chi?
Continuo a ripetermi questa parola: abbastanza abbastanza abbastanza. Sa di sconfitta. Sa di metà. Sa di un pezzetto. Mai di completo. Fermarsi un po’ prima. Ma la chiave forse non è proprio dimenticarsi di quell’abbastanza? Di non cercare l’abbastanza, di non fermarsi all’abbastanza.
Non voglio più essere abbastanza. Per me e per nessuno. È un etichetta che ripudio. Non voglio più fermarmi all’abbastanza. Voglio andare oltre. Oltre non è un posto per tutti, perché è molto più faticoso. E cadere dall’oltre fa molto più male di cadere dall’abbastanza.
Che il mondo si divida in persone oltre e in persone abbastanza? Forse. Forse dipende solo da che parte scegli in quel momento della vita. Tutti passiamo in queste “fazioni”.
Abbastanza è la cazzata di chi non ha coraggio di mettersi in discussione.
“ Alexa, elimina questa parola dal vocabolario”
“ non ho capito”
“ ho capito io”
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